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Dentro il gioco del calcio PDF Stampa E-mail

Carlo chiarabini
Direttore del convegno

Il gioco del calcio è lo sport nazionale per eccellenza, non solo in Italia; l'unico che unisce in un comune sentimento di entusiasmo e partecipazione tutte le fasce sociali, a prescindere dagli orientamenti politici, religiosi o dalla condizione economica e che riesce a tenere desta l'attenzione ben prima e ben dopo l'ora e mezza di durata della partita. Ma perché avviene ciò? Perché altri sport altrettanto belli, meritevoli di attenzione, faticosi, non mostrano quel fascino, quell’appeal, quella curiosità tanto attribuita al calcio?

La risposta a questa domanda non esiste, oppure potrebbe essere sotto i nostri occhi: la semplicità. Un pallone che rotola, da spingere dentro la porta avversaria; tutto qua. E’ forse per questo che il calcio è il gioco più amato dai bambini, anche di piccolissima età, o è quello prima praticato, sebbene in forme esclusivamente ludiche. Proprio perché basta poco per metterlo in pratica, e lo si può inscenare in ogni luogo: nel giardino di casa, in strada, al campetto della parrocchia, in spiaggia, in classe a scuola ed in ogni altro posto.Questa semplicità di fondo rende il calcio un gioco bellissimo, il più popolare al mondo; ma proprio per questo esso merita di essere studiato, discusso, analizzato. Si, perché in realtà il tutto potrebbe anche essere guardato da un’ottica diversa, più complessa: quella dell’insegnamento. Ed è ciò cui noi ci proponiamo di fare. Insegnare non è sinonimo di conoscere; le conoscenze sono una condizione necessaria ma non sufficiente affinchè la pratica dell’insegnamento risulti efficace. Non basta conoscere esercizi o aver studiato dei libri; tante volte avrete sentito dire che la stessa esercitazione proposta da un tecnico e poi da un altro possono produrre effetti molto diversi: è la verità, ed è da questo che dobbiamo capire che insegnare significa non soltanto conoscere ma anche e soprattutto trasmettere, appassionare, convincere, farsi seguire. C’è una grande differenza.

Dobbiamo prendere in considerazione tantissime variabili e molteplici aspetti. Ecco che allora si rende necessaria un’analisi tecnica, scientifica e relazionale, in modo tale da approfondire quegli aspetti alla base dell’insegnamento. E’ importante sapere come far apprendere un gesto tecnico; è importante sapere che è decisivo l’approccio con l’allievo; è altrettanto importante sapere che certi parametri scientifici possono aiutarci nel lavorare in maniera più concreta e mirata. Tutto questo si deve fondere in un unico concetto: il metodo di insegnamento. Ognuno potrà costruirsene uno proprio, ma sarà determinante l’assemblaggio delle varie componenti. Volendo utilizzare una metafora potremmo dire che il “motore” girerà bene solo se tutte le parti saranno al loro posto, e saranno ben integrate tra loro.

La mia intenzione oggi non è quella discutere nel merito queste tematiche; chi mi seguirà analizzerà certamente in maniera più esaustiva le varie argomentazioni proposte. Vorrei invece raccontare brevemente la mia esperienza di vita calcistica, da ragazzino sino ad oggi. Non intendo di certo annoiarvi con semplici informazioni sul mio conto; mi piacerebbe far emergere alcuni concetti che ci aiutino a capire meglio la nostra realtà partendo da quella che è stata la mia esperienza.

A sei anni ho iniziato a giocare a calcio. Una grande passione. Già prima tiravo calci ad ogni cosa che potesse somigliare ad un pallone, ma ero ancora troppo piccolo per essere”tesserato”; così, appena raggiunta la minima età ho cominciato ad andare assieme agli amici in una piccolissima società, l’unica del resto distante non oltre 20 minuti da casa. L’organizzazione era un tantino approssimativa; spesso mi toccava giocare anche due partite nello stesso giorno: con i miei coetanei e con quelli di un anno più grandi. Vi sono rimasto quattro anni, per poi passare ad un’altra società, sempre piccola ma a dieci minuti da casa. Qui sono cresciuto ed ho avuto tantissimi insegnanti allenatori. Esordienti, giovanissimi e allievi. Per me i miei mister erano i migliori di tutti, anche se a distanza di anni capisco come abbastanza approssimative fossero le loro conoscenze della materia. Del resto non era certamente il loro mestiere. Oggi i tempi sono cambiati, ed il calcio stesso è cambiato in alcuni suoi aspetti. L’organizzazione è molto più attenta, il materiale sportivo è adeguato, gli istruttori sono, o almeno dovrebbero essere, più competenti. Io però avevo un segreto che valeva ieri come vale oggi: avevo passione. Giocavo circa tre quattro ore al giorno, sia che si trattasse di allenamenti sia tra amici in strada, o perfino da solo, magari contro il muro di casa. Oggi quanti bambini esercitano così tanto? Pochi, molto pochi. Certo non tutti siamo uguali; c’è chi è più dotato, chi è fisicamente più predisposto, però la passione conta tanto, perché ti permette di ripetere mille volte un gesto senza la noia che nasce da un’imposizione, di scoprire da solo le soluzioni migliori senza uno schema già fissato, di perfezionare movimenti imparati dal mister o visti fare da altri. Alla scuola calcio, due volte a settimana un’ora e mezzo, non c’è il tempo per fare questo. La qualità dell’allenamento è fondamentale, ma è importante anche la quantità, il tempo che dedichiamo a ciò che ci piace. Qui forse noi istruttori e noi genitori qualche cosa in più potremmo certamente fare.

Tornando alla mia esperienza arrivai alla juniores, con le prime convocazioni in prima squadra, che militava in prima categoria. Qua ho avuto tecnici più preparati, più meticolosi e coscienti di quello che facevano, anche se allora non me ne rendevo conto. Un anno in seconda categoria per giocare con continuità, dove compagni e tecnico mi hanno aiutato molto e via in Eccellenza e serie D, dove ormai milito da dodici anni. Oggi che di anni ne ho trentatré riesco a capire molto meglio se un mio allenatore mi sta insegnando qualcosa, e riesco a distinguere meglio le qualità dell’uno o dell’altro. Spesso mi affascinano taluni comportamenti del mister; provo ad immedesimarmi, a chiedermi il perché faccia determinate scelte. A volte riesco a darmi delle risposte, altre volte no.

A dieci anni questo non avviene e noi grandi abbiamo il dovere di saperlo perché ciò ci fa capire che quello che dobbiamo fare è avere un comportamento che sia da insegnamento ai ragazzi, a volte anche facendo cose che a loro non piacciono ma che sappiamo un domani gli faranno bene. L’allenatore bravo non è necessariamente quello che i ragazzi adorano in tutto e per tutto, anzi.

Credo che tanti anni a buoni livelli li mantieni solamente se hai si le potenzialità per stare in quelle categorie, ma soprattutto la testa per giocare in quelle categorie. Tanti compagni erano più dotati di me, fisicamente, tecnicamente, ma spesso capitava che io andavo avanti e gli altri faticavano. Certo le qualità sono importanti, però penso che la testa conti davvero tanto. E quella proviene da un’educazione, sportiva e non, da una cultura di vita, da una predisposizione al sacrificio che si imparano, non le abbiamo già dentro. Io ho sempre studiato (prima le superiori poi l’università), lavorato nel settore giovanile (sono ormai quindici anni), e mi sono occupato di tante altre cose. In più giocavo, allenandomi quattro, cinque, sei volte a settimana. Quindi alle teorie che affermano che non c’è posto per calcio e scuola, che bisogna scegliere tra i due o cose del genere non credo proprio. E’ solo questione di organizzazione. La realtà è che oggi c’è molta meno voglia di fare sacrifici, di sudare in inverno quando piove o nevica, di lasciare qualche divertimento per farsi trovare più pronti all’appuntamento. Manca la responsabilità delle cose, e questa poi la portiamo in mezzo al campo perché il calcio è un aspetto di vita. Guardiamo allora dentro, dentro il gioco del calcio, per vedere cosa si nasconde, quale possa essere il valore reale di questo bellissimo sport. Gioie e dolori, soddisfazioni e delusioni, momenti entusiasmanti e declini paurosi si alternano come nella vita. Ci vuole equilibrio, capacità di essere ponderati, tranquillità. Noi istruttori abbiamo l’obbligo di insegnare questo, o almeno di provarci. I miei allenatori lo hanno sempre fatto, e di questo glie ne sono grato. Forse sono mancati negli aspetti più prettamente tecnico-tattici, ed un po di rammarico sinceramente ce l’ho. Ma fa lo stesso, li ringrazio comunque. Da parte mia cercherò, come ho sempre fatto, di mettercela tutta per trasmettere ai ragazzi sia i valori morali, sia gli insegnamenti tecnici fondamentali per poter imparare e migliorare a giocare a calcio.

Grazie.

 
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