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Analisi del singolo, anailisi del collettivo PDF Stampa E-mail

Prof. Felice Accame
Coordinatore del Centro Studi di Coverciano

1.

In linea di principio, l’essere umano può analizzare qualsiasi cosa. Analizzare significa semplicemente dividere qualcosa – qualcosa che fino a poco prima è considerata un’unità, in virtù dell’analisi, viene ridotta alle sue parti.

Nell’analisi, dunque, non è insito il modo di dividere – è lo scopo dell’analisi che guida l’analista.

Ma se l’essere umano può analizzare qualsiasi cosa, allora l’analisi non è mai conclusa. Produrrà sempre un qualcosa che, a sua volta, potrà essere suddiviso. In linea teorica, allora, la dimensione tecnica del problema, ad un certo punto, si porrà come un freno. Ma, laddove non ci vengono posti problemi tecnici – o, meglio, laddove questi problemi tecnici non si evidenziano -, posso chiedermi fino a quando devo condurre l’analisi, fin dove posso spingerla, fino a quando.

2.

Per rispondere, lasciamo per un momento il livello strettamente metodologico della riflessione, e constatiamo di cosa stiamo parlando, ovvero prendiamo atto di che cosa deve essere sottoposto ad analisi.

Ci si occupa, qui, del gioco del calcio: un gioco di squadra, svolto collettivamente, ma, come ogni attività collettiva, risultato dell’operare di singoli individui. Più volte l’ho paragonato ad una lingua: è parlata da una collettività, ciascuno dei parlanti ne dà una sua interpretazione, ciascuno può innovarla, ma, senza una ratifica sociale, il suo contributo rischia di restare ininfluente. Anche i grandi innovatori hanno dovuto fare i conti con la natura essenzialmente sociale del linguaggio.

Nel gioco del calcio l’azione è il risultato della coordinazione tra individui, cooperativi e contrappositivi. E’ a questo punto che si parla di tattica. E questa coordinazione è, a sua volta, il risultato del rapporto tra il calciatore individuale e la palla. E’ a questo punto che si parla di “tecnica”. La tattica e la tecnica costituiscono due livelli di analisi, allora, soltanto in virtù di una finzione escogitata per comodità metodologica. Potrei rappresentare la cosa con una metafora utilizzata nell’Ottocento per auspicare ottimisticamente che l’analisi fisiologica del cervello risulti pienamente compatibile con l’analisi psicologica e viceversa: come due imprese che scavano un tunnel sotto la montagna, prima o poi si incontrano. Di fatto, ogni analisi tattica può essere condotta fino all’analisi tecnica. E ogni analisi tecnica – che di principio può essere approfondita fino ai più intimi meccanismi della fisiologia dell’individuo che quella tecnica esprime – può mostrare tutta la funzionalità del gesto specifico nello sviluppo dell’azione.

3.

Dove fermarsi ? Dove potersi dichiarare soddisfatti nell’analisi del singolo e del collettivo ? Per poter rispondere alla domanda occorre individuare con precisione gli scopi per i quali l’analisi viene compiuta. Avendo scelto come orizzonte applicativo le scuole calcio e i settori giovanili, lo scopo preminente non può essere che quello di raggiungere la didattica più efficace per l’apprendimento dei gesti tecnici, da un lato, e per l’apprendimento della coordinazione collettiva più opportuna per ottenere il risultato – ovvero lo sviluppo desiderato del gioco -, dall’altro.

Se tutto va sempre e comunque tradotto in didattica, ne consegue, allora, che l’analisi può e deve spingersi fino a dove i suoi risultati saranno effettivamente utilizzabili dall’istruttore.

4.

Mi spiego con un paio di esempi. Uno di ordine strettamente tecnico ed uno di ordine tattico.

4a.

Per insegnare ad orientare uno stop, l’istruttore può individuare tutta una serie di informazioni necessarie di cui l’allievo esecutore deve dotarsi – informazioni relative a:

  • la rilassatezza o lo stato di tensione del segmento corporeo prescelto per il controllo della palla o per l’impatto

  • la configurazione corporea più adatta a favorire questi stati

  • la propria posizione spaziale in rapporto alle dimensioni del campo di gioco ed ai suoi limiti

  • la velocità della palla indirizzatagli

  • la sua traiettoria

  • la distanza degli avversari più vicini e l’orientamento della loro linea di corsa

  • la distanza dei compagni di squadra più vicini e l’orientamento della loro linea di corsa

  • possibilmente, qualche risultato della visione periferica.

Su questa base – o su una base simile – l’allievo può eseguire con discrete possibilità di successo. Tuttavia, è certo che, al risultato, contribuiscono anche altri fattori: la lateralità, per esempio, la coordinazione motoria fine, l’elasticità muscolare, l’attenzione, la velocità di trasmissione delle fibre nervose, etc. Ora, se è vero che su alcuni di questi fattori è possibile – per l’istruttore competente – intervenire, per altri è impossibile o, meglio, sconsigliabile, perché in certi casi il confine del neurobiologico dovrebbe essere superato.

 

Da Genoa-Lazio, Campionato 2008-2009, mostro ora un gesto tecnico di Palladino e, brevemente, il contesto in cui questo gesto viene eseguito.

Innanzitutto, si veda la sequenza completa. Che analizzerò nei seguenti elementi:

1. Sculli alza il capo per verificare la disposizione dei compagni rapportabili al pallone. Palladino segnala la propria presenza attiva alzando la mano destra.

2. Sculli esegue il cross dalla linea di fondo.

3. Palladino corre in direzione della palla, valutandone direzione e velocità.

4. Palladino, predisponendosi all’impatto con la palla, rallenta la corsa. Percepisce spazio libero alla propria sinistra.

5. Palladino arresta la corsa, disallinea i piedi, piega le gambe, offre il petto. Percepisce lo spazio chiuso innanzi a sé.

6. All’impatto della palla, Palladino esegue una torsione del petto bilanciandosi con il movimento delle braccia e orienta la palla alla propria sinistra.

7. Palladino imprime alla palla una forza sufficiente a far sì che essa ricada a distanza di gioco.

8. Palladino riprende la sua corsa dietro la linea della palla, a sinistra, onde evitare il difensore De Silvestri, che solo ora si predispone a cambiare la propria traiettoria di corsa.

9. Palladino vede lo specchio di porta libero alla sua destra e si coordina per calciare il pallone con il piede sinistro.

10. Al momento del tiro il difensore De Silvestri riesce a chiudere lo spazio e ribatte la palla.

4b.

Da Palermo-Catania. Campionato 2008-2009, mostro ora un caso di coordinazione collettiva.

Innanzitutto la sequenza completa – a partire dal recupero della palla

  1. Il difensore del Catania, Capuano, anticipa in tackle scivolato il palermitano Migliaccio, che giunge tardivamente e debolmente al contrasto.

  2. Su passaggio di Bigianti, Baiocco orienta lo stop dopo aver tagliato la linea di corsa di Liverani. Sullo sfondo, Capuano si inserisce sulla fascia laterale sinistra.

  3. Baiocco apre sulla fascia sulla corsa di Capuano. Al contempo, Morimoto libera la fascia al livello superiore.

  4. Due giocatori del Palermo, Cassani e Migliaccio, vanno in chiusura su Capuano. Baiocco si inserisce in avanti passando alle spalle di Liverani.

  5. Al momento del cross di Capuano, numerosi giocatori del Palermo (Cassani, il terzino in chiusura, Migliaccio, Liverani, Simplicio, Bresciano) guardano partire la palla. Oltre a Baiocco che ha ultimato il suo marcamento, si inserisce in avanti anche Ledesma. Anch’egli si accinge a passare dietro al centrocampista palermitano Bresciano.

  6. Morimoto ferma la propria corsa e si predispone alla ricezione del cross. Baiocco è solo sul limite dell’area, in posizione centrale, con un corridoio libero verso la porta avversaria. Ledesma sta superando Bresciano, che sta continuando a guardare la palla.

  7. Morimoto si accinge allo stop e, cogliendo di sorpresa il difensore Kjaer, lo orienta verso l’esterno. Non si accorge del liberissimo Baiocco in posizione centrale.

  8. Morimoto guida la palla verso il fondo. Liverani si ferma a guardare lo svolgimento dell’azione. Ledesma è ormai in vantaggio rispetto a Bresciano, che, peraltro, sembra ignorarlo tuttora. Mascara – che, nello svolgersi dell’azione, si era subito spinto in avanti sulla destra - prova ad inserirsi.

  9. Al momento del cross, Morimoto ha tre opzioni a disposizione: Mascara – che, con una finta, ha guadagnato un po’ di spazio rispetto alla marcatura di Balzaretti -, Baiocco – che, appena disturbato ora dal difensore Bovo, continua a godere di una considerevole libertà al centro dell’area, si muove nell’eventualità di un cross corto e basso -, e Ledesma – che ora è completamente solo.

  10. Morimoto esegue il cross, Ledesma ne valuta traiettoria e velocità modificando conseguentemente la sua direzione di corsa.

  11. Ledesma colpisce il pallone di testa, mentre Mascara resta sulla direzione della palla.

 

Ironia della sorte – lo faccio notare – ha voluto che al gesto tecnico “corretto” non seguisse il premio del goal, mentre questo premio abbia coronato un errore tattico evidente – Morimoto, nella fase 7, avrebbe dovuto smorzare la palla al centro per un tiro del compagno di squadra meglio piazzato rispetto alla porta. Ma fatti come questo non ci debbono far deviare dalla razionalità dell’analisi, quanto, piuttosto, rammentare che, al medesimo risultato, si può giungere tramite percorsi diversi e che – essendo il gioco del calcio un gioco contrappositivo – è proprio il percorso meno razionale che può rivelarsi più sorprendente e quindi più efficace.

5.

L’analisi, allora, deve continuare fino al punto in cui l’istruttore è in grado di utilizzarne i risultati, traducendoli, cioè, in istruzioni chiare e ripetibili per l’allievo. Il che vale per il contatto del singolo giocatore con la palla, come per i movimenti coordinati sul campo in concomitanza con questo contatto. Tuttavia, se ci accontentassimo di formulare la cosa in questi termini, ci troveremmo di fronte ad un problema praticamente insolubile: il gioco del calcio propone una molteplicità indefinita o costantemente rinnovantesi di situazioni e all’istruttore toccherebbe l’analisi di questa molteplicità nonché la riduzione ad istruzioni di tutti i suoi risultati – un compito evidentemente ineseguibile.

Qui torna molto utile l’analogia con il linguaggio: per imparare a parlare, nessuno di noi ha dovuto attendere che qualcuno analizzasse per lui, riducendolo ad istruzioni, tutto il dicibile nella sua determinata lingua. Non avremmo mai iniziato a parlare. E’ stato sufficiente un lessico – anche povero, di poche decine di elementi – e sono state sufficienti alcune frasi, ovvero alcuni risultati della combinatoria di questi elementi. Perché sia la forma di questi elementi che la loro combinatoria sono governate da regole.

L’idea di “regola”, tuttavia, è piuttosto ambigua – implica un che di immutabile e di assolutezza che mal si addice sia all’effettivo apprendimento della competenza linguistica che all’apprendimento della competenza calcistica. Parlerei, piuttosto, di criteri.

Tocca all’istruttore, allora, selezionare l’oggetto di analisi e, distinguendo il ripetibile dall’irripetibile di ciò che lo costituisce – distinguendo quanto riconducibile ad una razionalità, ovvero ad un rapporto tra mezzo e scopo, da ciò che si conviene categorizzare come casuale o accidentale -, ridurlo a quei criteri – operativi, comportamentali – che, una volta gerarchizzati in rapporto alla gradualizzazione delle fasi di apprendimento -, costituiranno il nucleo fondamentale della sua didattica.

 
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