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URBINO 25 -26 maggio 2012

L’atteggiamento ludico nell’allenamento e nella pratica del gioco del calcio Stampa E-mail

Convegno “Prima del risultato”, Urbino, 26 maggio 2012

Felice Accame

L’atteggiamento ludico nell’allenamento e nella pratica del gioco del calcio

1.

Una secolare tradizione vorrebbe che fisico e mentale appartengano a regni ben diversi, mentre credo sia consapevolezza sempre più diffusa che il primo sia condizionato dal secondo e il secondo, a sua volta, dal primo. La percezione del dolore, per esempio, sta lì a dimostrarlo. Porre un confine netto e inequivocabile tra ciò che è mentale e ciò che è fisico sembra difficile, perché anche l’osservazione di qualcosa – prima ancora della sua predicazione in parole –, soprattutto se protratta, può tradursi in una modificazione del nostro stato fisico. Tuttavia, diciamo che è individuabile un livello metodologico del discorso scientifico in cui la distinzione tra fisico e mentale risulta ancora utile. E’ così che gli esseri umani si ritrovano alle prese con due categorizzazioni da cui dipende se non la felicità, almeno il loro buonumore. Da una riflessione su una singolare loro applicazione – su alcune questioni inerenti il gioco del calcio -, ne scaturisce una tesi oggi alquanto impopolare, controcorrente.

2.

Note sono le critiche che sono state rivolte al lavoro e alle condizioni in cui viene espletato. L’idea di una sorta di maledizione in virtù della quale l’uomo sarebbe schiavo del lavoro e la scritta “il lavoro rende liberi” (“Arbeit Macht Frei”, titolo di un’opera di Lorenz Diefenbach, 1806-1883) esposta all’ingresso dei campi di concentramento tedeschi – come Auschwitz, Dachau e molti altri – pur nella sua paradossalità – costituiscono i due poli ideologici in proposito, ma è indubbio che, nelle utopie configurate dall’umanità dolente, emerge il sogno della liberazione dal lavoro tramite le macchine e il progresso tecnologico.

Gli elementi costitutivi di questa negatività possono essere ricavati dall’analisi della struttura concettuale del lavoro:

a) La ripetizione delle operazioni (si pensi, ad esempio, alla catena di montaggio così come è raccontata in Tempi moderni di Charlie Chaplin, film del 1936);

b) L’interdipendenza delle operazioni dell’uno dalle operazioni dell’altro e, dunque, la mancanza-divieto di ogni creatività individuale pena il venir meno del prodotto finale;

c) Il distacco dell’operatore dal risultato (l’alienazione, nell’analisi di Marx: simmetricamente, Ceccato riconduce il “lavoro” ad un “operare” e ad un “risultato” mentalmente rotti in due parti; il prodotto o la prestazione si stacca dall’operare “e ad esso si aggiunge”. Quando il lavoro finisce, rimane il risultato, ma questi non “appartiene” più a chi l’ha eseguito. Pongo fra virgolette il verbo, perché ne voglio evidenziare la natura tutta mentale. Non si tratta di un “appartenere” in quanto proprietà socialmente ratificata, ma proprio in ragione di ciò l’analisi di Ceccato ridefinisce la matrice del concetto di alienazione in Marx) un distacco che, nelle modalità produttive altamente sviluppate, può diventare tale da lasciare l’operatore fin nell’ignoranza del risultato finale (come dire che si compiono operazioni il cui senso sfugge di principio a chi è chiamato a compierle);

d) La competizione senza regole nel mercato in cui il prodotto è inserito – un mercato dove il solo criterio di successo è costituito dall’affermazione propria e dall’annichilimento altrui, da quella concorrenza che prevede un vincitore senza badar troppo ai mezzi utilizzati per vincere).

3.

Per contro, note sono le valutazioni positive in ordine al gioco. Purché non infici la serietà-produttività dello studio e del lavoro, l’atteggiamento ludico gode di una buona considerazione sociale. L’adulto nel gioco troverebbe una risorsa per riequilibrare il se stesso messo in crisi dal lavoro e, al contempo, mantenersi aggregato alla società degli uguali o, anche, superare più e meno temporaneamente i confini di classe sociale (non a caso, in alcuni studi di ordine sociologico, si è parlato di una funzione interclassista dello sport), mentre il bambino attraverso il gioco apprenderebbe meglio l’istruzione che gli è impartita e vivrebbe serenamente quel breve periodo della sua esistenza in cui la società preferisce rappresentarlo sereno. Chi si è provato a individuarne la genesi ha messo l’accento sul suo carattere di “pre-esercizio”, sul bisogno di gioco in età giovanile per poter assumere idoneamente i comportamenti adulti; sulla sperimentazione delle “possibilità di attività autonoma”, nonché, andando alle cause, sull’”energia in sovrappiù” di cui, necessariamente, il gioco costituirebbe un esito.

Anche gli elementi costitutivi di questa positività possono essere ricavati dall’analisi della sua struttura concettuale:

a) La creatività (non a caso i giochi che hanno maggiore successo, come il calcio, sono quelli la cui combinatoria possibile di tratti elementari è particolarmente ricca);

b) L’indipendenza (il gioco può essere interrotto senza svantaggio sociale e si può giocare anche da soli);

c) L’introiezione del risultato da parte di chi compie le operazioni (il risultato rimane all’operatore-giocatore);

d) La competizione con regole (regole esplicite, condivise da tutti i giocatori – con un sistema di sanzioni inerente al gioco in caso di trasgressione).

4.

A questo punto prendiamo direttamente in considerazioni il gioco del calcio così come si è venuto sviluppando dalla seconda metà dell’Ottocento fino a noi. Come tutti i giochi sportivi – attività di élites – nasce e cresce come gioco e rimane gioco in molti suoi aspetti: nella coordinata cooperazione di più individui nel raggiungimento del medesimo risultato – ovvero di un risultato che vale per tutti loro nella stessa misura; nella programmazione e nell’esecuzione di mosse-azioni per ottenere questo risultato e nell’opposizione di altrettanti individui coordinati e cooperanti aventi il medesimo scopo. E’ gioco, se vogliamo, anche nella gioia che suscita l’ottenimento del risultato.

Tuttavia, è anche legittimo prendere in considerazione il calcio come lavoro, così come si è venuto sviluppando nel secolo scorso e così come, per tanti aspetti, lo conosciamo oggi. E’ lavoro per chi lo pratica a livello professionistico, e anche, in definitiva, per chi lo pratica a livello dilettantistico avendoci come modello operativo il livello professionistico – che, come ho più volte fatto notare, risulta altamente epidemico per ragioni ben espresse sia da Elias Canetti che da Desmond Morris. E’ lavoro, il calcio, nelle fasi stesse finemente parcellizzate dell’allenamento, perché, nonostante Silvio Ceccato, ne La mente vista da un cibernetico, sostenga che “quando il lavoro finisce, ne rimane il risultato; mentre quando finisce il gioco, finisce tutto”, non possiamo non considerare il fatto che nell’allenamento rimane la modificazione del sé psicomotorio e che ciò è implicito nel motivo stesso per il quale all’allenamento qualcuno si sottopone. Paradossalmente, poi, il calcio è lavoro fin nei settori giovanili, ovvero laddove l’età stessa dei partecipanti è quanto di più estraneo all’attività lavorativa si possa immaginare: anche lì vi è selezione in base al risultato raggiunto (risultati di ordine tecnico e atletico, quando non di ordine morale) e, spesso, nell’approccio di chi vi opera in qualità di istruttori, sembra di individuarvi la ripetitività produttiva tipica dei Tempi moderni chapliniani. Il calcio, infine, invita ad essere categorizzato come lavoro anche per la stretta interdipendenza dei singoli giocatori, perché l’operazione dell’uno riceve il suo senso ultimo dall’operazione dell’altro. A margine, potrei anche far notare che è talmente preponderante questa dimensione di lavoro che, nel tempo sociale della sua diffusione nel pianeta, è stata proiettata sul calcio, da far diventare lavoro anche il solo guardarlo – l’attività di sostegno ideologico da parte dei suoi spettatori.

5.

La categorizzazione di qualcosa come lavoro o gioco appartiene ai nostri gradi di libertà. Possiamo considerare la medesima attività in un modo o nell’altro. Possiamo operare mentalmente in modo da far emergere gli elementi costitutivi di un atteggiamento su quelli dell’altro.

A latere, vorrei sottolineare, allora, una constatazione: con più o meno regole, suscitando l’assunzione di un atteggiamento o dell’altro, di competizione sempre si tratta. Non è che non pubblicando il risultato di una partita, o abolendo la classifica di un campionato, la natura del gioco cambi. E non solo: il fatto che il calcio non sia un’attività del singolo ma del collettivo implica che sorga una doppia competizione, ovvero che alla competizione fra i contendenti - esplicita, dichiarata come tale - si aggiunga una competizione fra i costituenti della stessa squadra, fra i cooperanti che, con una strategia o con l’altra, consapevolmente o inconsapevolmente, metteranno in atto una sorta di selezione dei propri ranghi ai fini del raggiungimento del miglior risultato possibile.

6.

Da ciò, allora, consegue una consapevolezza – ecco la tesi che definisco “impopolare”: che nel gioco del calcio – in particolare nella lunga fase in cui si decide per quanto concerne l’accesso o il non accesso ai suoi massimi livelli - i due atteggiamenti – quello ludico e quello lavorativo-produttivo - devono interagire complementarmente e non essere considerati semplicemente contrapposti o, peggio, facilmente sovrapponibili.

L’assunzione dell’atteggiamento ludico costituisce un’ottima terapia contro la percezione della fatica e contro la noia della ripetizione, ma non deve mai far pensare all’allievo (a maggior ragione se bambino) che non si stia facendo il massimo – o il meglio – per farlo progredire nell’apprendimento. E’ in ragione di questa contraddizione che taluni allenatori riescono ad ottenere risultati brillanti da giocatori che costringono a sforzi notevoli non percepiti, tuttavia, come tali, perché, per l’appunto, “sottratti” all’ambito fisico da un accorto uso delle risorse mentali.

 
La nascita e lo sviluppo del comportamento tattico Stampa E-mail

Prof. Felice Accame
Coordinatore Centro Studi e Ricerche Figc

Il cervello

Con l’avvento di una tecnologia che potremmo definire “ispettiva”, in virtù della quale i neurobiologi ottengono immagini rielaborate su base statistica, aumentano le nostre conoscenze sul cervello e vengono prodotti nuovi modelli della funzione mentale.

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Le abilità tecnico tattiche nel Metodo Mundialito Stampa E-mail

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Il metodo mundialito, costruito su 20 anni di esperienza di campo con le categorie relative all’attività di base è utilizzato dal Bologna F.C. 1909 S.p.A. nella sua scuola calcio. Personalmente mi sento molto legato a questo convegno, un po’ perché il suo nome contiene l’etica della mia interpretazione dello sport giovanile, un po’ perché in questi anni mi ha stimolato a codificare un metodo di insegnamento improntato esclusivamente sul bambino, unico protagonista di questo gioco. Il metodo mundialito, come già approfondito gli anni precedenti, è strutturato su divertimento, coordinazione, velocità e partite momenti questi che caratterizzano ogni singola nostra seduta di allenamento.

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